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di mattatoia (16/02/2006 - 10:38)

E io m’ero tolto la giacca
e m’ero sdraiato sul letto
aspettando che il tempo passasse
con l’amarezza nel cuore.
E mi immaginai che ero vecchio
e anche tu eri vecchia,
e ci vedevamo, ci ritrovavamo
e potevamo sedere, e parlare
stando accanto, senza più il desiderio d’amore.
E tu mi raccontavi di come avevi sofferto
dopo che c’eravamo lasciati,
per quanti giorni ti sentivi un automa
che ti muovevi pur senza avere la vita
e ti sentivi come se t’avessero tolto
i polmoni, e non potevi respirare.
E io ti raccontavo come camminavo
e mi trascinavo da una stanza all’altra
con una palla di piombo incatenata al petto,
e il pensiero: “No, non può essere
non può essere una cosa così assurda…”.

Sì, fu così, e guardavamo le cose
intorno a noi, cose semplici, foglie
che si staccavano dagli alberi nel primo autunno
e altre che erano già cadute,
bambini che correvano gridando
e alberi che stavano fermi, vicino a noi, al loro posto.

E m’ero alzato, e m’ero vestito
e tu ancora dormivi.
Dormivi, ma quante cose bollivano nella tua mente,
bollivano come il mare.
Poi ti alzasti, e andasti ai vetri.
Ancora nella tua mente erano le fiamme
e bruciavano parti del tuo cuore.
Prendesti le mie fotografie, e le bruciasti.
Ascoltavi la musica del nostro amore
e spezzasti il disco con le dita.
Poi fuggisti, fuggisti via dalla tua casa
e non tornasti più


Ora noi siamo sulla terraferma,
siamo all’asciutto, ci siamo asciugati le vesti,
ci siamo riscaldati e ci siamo rifocillati,
abbiamo dormito, ci siamo riposati,
ma c’era un tempo che eravamo nei flutti
a mollo nella tempesta, come turaccioli,
combattevamo con le onde, respirando affannosamente,
agitando le braccia, cercando qualcosa a cui appigliarsi.
I giorni si susseguivano e nuotavamo distanti
ognuno nel suo mare, urlavamo ma non ci sentivano
e pensavamo: ancora poche ore
e la vita sarà finita, e pensavamo: come faremo
a superare la notte?
Ma adesso siamo al caldo, amore, in una stanza quieta,
alziamo i calici e davanti al fuoco brindiamo,
stretti, abbracciati, o seduti,
con le nostre teste posate sul cuscino
una accanto all’altra

Claudio Damiani

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