
Mi siedo su me stessa, accovacciata per sentirmi l’odore e il respiro. Lupo. La sua stessa voracità. Mangerei da terra con le mani, con la bocca qualsiasi cosa. Sollevo i capelli da dietro, e mi giro. L’acqua
è messa a bollire sul fuoco. Lui mi appoggia la lingua sulla nuca. È
generoso di saliva e di fiato. Indovina cosa mi piace. Lascio fare.
Anche al mio corpo lascio fare. Prendo il largo – cosa è accaduto
prima? dove sono stata finora? – ed è la mia deriva. Io tutte le volte
i corpi di tutte le donne del mondo, io sabbia e asfalto, io erba in
silenzio, io terra asciutta e acqua, il varco dilatato, il risucchio,
la vertigine al centro. Oppure di lato: scivolare di lato, acchiappare,
sfinire. Il fischio della teiera mi porta di nuovo nella stanza. C’è un
suono esatto nella gola, irriproducibile. Esatto come un richiamo.
Regolare e fuori da ogni logica. Mi devo sedere. Devo bere acqua o tè.
Mi faccio leccare i polsi, mordere le caviglie. Ecco. Posso restare per
ore in piedi a farmi guardare o posso accomodarmi tra le tue braccia. O
distendermi sul legno del pavimento. Vediamo oggi di cosa siamo capaci.
Questa è la mia offerta per oggi. Mezza docile; mezza selvaggia.
Poi sono la stessa
che esce di casa, parla con gli altri, saluta con un cenno… La donna in
portineria, ha dita ingiallite e una pena negli occhi. E io? Io che
occhi ho? Che segni porto attorno alla bocca? La detesto la mia
giovinezza. Detesto avere una misura: anni, altezza, peso. So benissimo
cosa fare per liberarmene.
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