je m'en fous
Zucchero: il fondo del barattolo
Sale: una manciata appena
Frigo:
vuoto, se si esclude una birra cinese che avrebbe dovuto accompagnare
una pessima cena - cinese, a domicilio - davanti alla tv.
Sono il cliché più noiso del mondo.
E me ne vanto.

Convincetemi che vi sono necessaria - sono stanca di essere un lusso!
marina cvetaeva
Ha deciso di corteggiarmi fino all’alba. Volteggia sulla testa. Insiste
sugli occhi. La mia insonnia cattiva e gentile. La notte ha questo
respiro lunghissimo. Mentre.
Mentre tu non avrai perso tempo.
Avrai riavvolto il nastro.
Per necessità, dici. C’è sempre da imparare, dico.
Dallo scatto della macchina ad un semaforo, dallo start di una gara. E anche da te.
giugno2005
Una siciliana a Susegana
Per prima cosa sente freddo. Un freddo boia. Ma resisite. Poi si dedica
con piacere e devozione al prosecco (ma non solo), poi incontra Roberto
Tossani davanti al banchetto dei libri della mostra della piccola e
media editoria, al castello di San Salvatore. E sono parole in accento
siculo e parole in accento veneto che viaggiano a mezz’aria…
una volta, le lettere
"Ten,
caro adorato Ten le tue cartoline ti giuro mi fanno ritornare bambina.
Quando Le ricevo ho la sensazione come se tu volessi aiutarmi a vivere
e aiutare te stesso..."
Così scrive Anna Magnani al suo amico Tennessee Williams, nel novembre del 1958
Andate via per sempre
per sempre
lasciate cadere
per terra
tutte le cose
come giocattoli guasti
la colpa commessa, ma ai danni di chi?
Perpetrare il danno – questa infelicità.
Questa infelicità domestica,
nel caffè,
nella porta di casa tutti i giorni alle spalle…
Non mancava il coraggio, è mancata la fortuna, il tempo…
Maturano le parole sopra il foglio bianco
e si scelgono tra loro per restare insieme
io così, aspettavo i giorni giusti,
io la sposa io l’amante, cosa sono stata,
cosa altro ancora posso diventare?
E se adesso io non ci provassi più
a sollevarmi dal letto la mattina…
Per cosa vale la pena ancora,
per questo disperato buio,
per il posto vuoto al mondo
il posto dei figli che non ho, che non verranno mai,
io per sempre qualcos’altro
– o niente
andare via per sempre,
come una bella giornata,
in ottobre,
sono per sempre
un calendario trascorso,
un giorno
finito
non so dove
due poesie..
dai posacenere in giardino
divenuti sotto la pioggia
scodelle per l’acqua –
ho appreso la calma,
a riempire
e a svuotare
il cuore,
a caso
accompagnare col pensiero la discesa d’acqua
dall’ombrello dentro la camicetta,
cercare il telefono nella borsa
le chiavi
la maniglia
cominciare
andare calma, andare di corsa
la scolatura d’acqua, la manica
ad essere fuori posto
si finisce col fare l’amore
come capita
ci sono sempre, dentro di noi,
queste due: quella che resta,
quella che va via -
eleanor wilner
sono quella
che va via, sempre
via con la casa
che può solo restarmi dentro
il sangue - la mia casa che non ha posto
in nessuna geografia.
(Sujata Bhatt, Il colore della solitudine)
facciamo che una notte
facciamo che una notte di queste
ti vengo a trovare
sulla bocca la luna, il tuo nome
ti vengo a trovare
con i miei capelli, la pentola vuota
i denti
la diga
rapida, appunto
ti vengo a trovare
...
...
...
E come stai?
Come stai? come stai si chiede solo a un malato,
o ai parenti lontani
sono la parolina
sono la parolina
che ti arriva all’orecchio
di notte
io il suono
il bisbiglio
il frastuono
la nenia
che non t’addormenta
abitare


Mentre la redazione è una nube tossica perché cinque (5) persone fumano
infischiandosi della mia lacrimazione e di miei colpi di tosse, io
oltre a tossicchiare e a farmi arrossare gli occhi, passo da un
dizionario etimologico ad un altro, inseguendo un filo non di fumo ma
di pensieri.
La parola è: abitare ma anche abito (vestito). Entrambe conducono ad habere, possedere, avere.
Le mie riflessioni si spingono fino al concetto di corpo ma le mie
riflessioni ve le risparmio. Saranno più interessanti le vostre.
...
Non mi riconoscerai
– al mio ritorno
nemmeno dalla voce
o da un gesto che ho
con la mano
di scacciare un insetto
come fosse un pensiero

tè sul tappeto

Rovescio il tè sul tappeto.
Lui è di spalle.“Ah queste donne” dice mentre accende un bastoncino di incenso. Queste
donne? Il tè un’ombra che si vede appena, sul tappeto. Perché sono una
deficiente, mi trema la mano, mi trema la voce, è la fine, ora se ne
accorge, ora lo vede, ora lo capisce. Che io sono venuta fin a qui a
piedi, anche se si moriva di freddo, che l’autobus l’ho aspettato, sì,
ma avevo troppa fretta. Che ho pensato cento volte: vado no non vado e
lo sapevo che sarei andata ma lo stesso mi sono torturata nel dubbio,
così, per puro masochismo. Che mi tremano le ginocchia, per la strada
fatta di corsa, per le scale, quattro piani da salire, per i passi
piccoli nella piccola stanza mentre mi muovo appena, “sì sì, grazie mi
siedo, ecco, mi siedo qui”. Si è voltato, mi invita ad accomodarmi sul
tappeto, lo fa pure lui, si toglie le scarpe, faccio lo stesso, poi
appoggia i gomiti sui cuscini, mette la sua tazza di fianco. Ecco,
guarda questa donna come si
sente deficiente ora, come fissa la macchia calda sul tappeto, come si
concentra sull’odore dell’incenso e infila il naso nella tazza per
sentire l’odore del tè, per calmarsi un poco. Già, queste donne. Un
sorso. Sorrido. Mi trema sulla bocca questo sorriso di paura, cazzo!,
non so più nemmeno sorridere. Non riesco a: bere, sorridere e respirare
contemporaneamente. Non sono una persona normale, io. No, non sono
normale. Mi viene da piangere. Già che c’era era meglio che mi offriva
una camomilla. Mi aggrappo con tutte e due le mani a questa tazza
azzurra e ci guardo dentro come si guarda dentro al pozzo dei desideri.
Ma perché io sono qui, cosa sono venuta a fare? Sento all’improvviso la
punta delle sue dita sulla mia nuca. A occhio e croce dovrebbe essere
una carezza. Ma io stavo deglutendo. È stato come inghiottire una cosa
bollente, senza nemmeno masticarla. Una patata, tipo.
Quando
sarò andata via da lì mi dirò che comunque ne è valsa la pena. E che
dopotutto il tappeto lo può comunque smacchiare in tintoria, sempre che
se ne accorga. L’unica cosa importante da fare è, la prossima volta,
dirglielo che al tè verde io sono allergica.
La fedeltà
la vogliamo non da Penelope ma da Carmen – si apprezza solo la fedeltà
di DON GIOVANNI! Conosco anch’io questa tentazione. È una cosa crudele:
amare per la fuga – e pretendere (dalla Fuga!) pace.
(Marina Cvetaeva)
l'illustrazione Don Juan me la regala Luigi Ricca, visitate il suo sito www.luigiricca.it
il prossimo post

l'immagine anticipa il prossimo post...
a domani
( ma si vede l'immagine? perché sto sperimentando una nuova opzione del template)
Questa mattina: Al caffè Cornelia i camerieri sono così gentili; il tempo passa…
e passa…
e passa
e…
Ieri sera: riletto Cernà Jana, parlato al telefono, spostato il vaso
bianco con i girasoli – dal quel tavolo all’altro tavolo
Io dovrei: finire i miei appunti sulla punteggiatura, pensare al
matrimonio di Ilaria, scrivere la mia introduzione. Pensare alla cena
di domani, mettere in frigo le bottiglie, almeno.
Tu dovresti: parlarmi con chiarezza, fornirmi dati precisi, date, il momento in cui, il giorno che..
Io dovrei: smetterla per un po’
Io dovrei: cercare un’altra casa prima o poi, organizzare con Giorgia
il trasloco del mio nuovo letto. Chiamare qualcuno, dirgli voglio
vedere la campagna, camminare a piedi, andiamo..
Tu dovresti: tornare
Tu dovresti: non piacermi più
Tu dovresti: darmi un bacio
una lettera di Marina
Amico caro,
Voi mi avete restituito alla
vita, quella in cui tante volte ho provato a vivere senza riuscirci,
neanche un’ora. Per me era un paese straniero. Oh, sto parlando della
vita con la maiuscola – non quella, minuscola, che adesso ci separa! …
Caro, Voi avete creduto in me, avete detto: “potete tutto”, e io
probabilmente, posso tutto. Invece di andare in estasi per le mie
infermità terrestri, rendendo pieno omaggio all’altro che è in me,
avete detto: “sei ancora viva. Così non può continuare” – e
veramente non può, giacché la mia “incapacità di vivere” per me è
sofferenza. Gli altri si sono sempre comportati da esteti: si godevano
lo spettacolo – oppure da deboli: mi compativano. Nessuno cercava di
guarirmi … le persone, in me, assecondavano il mio sdoppiamento. Era un
processo crudele. Bisognava curarmi – o uccidermi. Voi, semplicemente,
avete cominciato ad amarmi…
Amo i Vostri occhi… Amo le
vostra braccia… la subitaneità dei Vostri turbamenti, l’imprevedibilità
del vostro sorrisetto ironico. Come siete profondamente sincero! E come
– malgrado tutta la vostra raffinatezza – semplice! Un giocatore che mi
ha insegnato l’umanità. Oh, forse voi e io non eravamo essere umani,
nessuno dei due, prima di incontrarci! Io ho detto: esiste l’Anima, Voi
mi avete detto: esiste la Vita.
Io non voglio ricordi, non
voglio memoria, ricordare è lo stesso che dimenticare, non ci si
ricorda della propria mano: esiste. Sii!
Mio Arlecchino, mio
Avventuriero, mia Notte, mia felicità, mia passione. Ora andrò a letto
e ti prenderò con me. Dapprima sarà così: la mia testa sulla tua
spalla, tu dici qualcosa, ridi. Porto la tua mano valle labbra – la
ritrai – non la ritrai più – le tue labbra sulle mie labbra, aderire
profondo, e penetrare – la risata si spegne, finiscono le parole
e – più vicino, più in profondità ,più in tepore , più in
tenerezza – e l’ormai intollerabile dolcezza che tu sai
prolungare in modo così splendido, esperto.
Leggi e rammenta. Chiudi gli occhi e ricorda. La tua mano sul mio seno – ricorda. Le labbra che mi sfiorano …
Caro…
E poi riderai, e parlerai, e ti
addormenterai, e quando di notte ti bacerò nel sonno, ti tenderai
subito e teneramente verso me, anche se non aprirai gli occhi.
M.
A Konstantin Boleslavc Rodzevic,
Praga 23 settembre 1923






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