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la piccola dea

di mattatoia (11/05/2005 - 16:58)

Colgo l’invito di Roberto Varese e provo a tracciare una recensione di La piccola dea, sua opera di esordio, pubblicata da Fazi. Il libro si compone di tre parti, e combina racconti e poesia. Lo ha scovato un mio amico in una libreria di Roma: lo teneva aperto ad una pagina non identificata, aveva una espressione sospesa, di chi ha appena fatto una scoperta. La scoperta infatti è tutta nella atmosfera che la scrittura di Varese riesce a restituire attraverso una lingua che si misura con il raccontare e descrivere la fatica di vivere un giorno dietro l’altro, la solitudine, il sogno, come se fossero esperienze semplici. E infatti qui un po’ lo sono: diventano esperienza semplice un incontro, una bella giornata, una passeggiata, un viaggio in treno così come una felicità breve o il buio della depressione, perché il protagonista è un uomo dal passo lieve, un uomo che sa rendere poetico il proprio tormento, un uomo che, nel suo vagheggiare sensibile e distratto, non rinuncia a chiedersi dove va la vita, che fine fanno i sogni, che si apre alle sue giornate con incanto – straordinario, inconsapevole – e contemporaneamente con disincanto, un uomo quindi che desidera. L’amore, le sue illusioni, la sua ricerca; la natura, osservazione del paesaggio sembrano questi i temi della piccola dea ma a ben vedere è un'altra la cifra che imprime un segno a queste pagine, ed è la vacanza. La vacuità e il disancoraggio, sentirsi parte di un movimento e sfuggirgli, non colmare, non riuscire, mancare. Infine dico che non so di quali letture si sia nutrito l'autore, quali sono le sue muse, a cosa si ispiri ma ritrovo nella sua prosa qualche suono beat, sarà per il riferimento alla natura, alla meditazione, la passione per le montagne o per certe espressioni ma sento risuonare un po' di Gregory Corso o Ginsberg. Uccelli, vastità del mondo che dorme sotto le campane ferme. Nella pianura il sole è freddo: gli animali sono tristi; anche le donne, e le cose sospinte tutte e divorate.

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